Venerdì, 04 Aprile 2014 00:00

La valle di Cembra dalla preistoria all'età preromana

Scritto da

Le prime notizie sulla presenza umana in valle di Cembra, documentate dal ritrovamento di alcuni reperti, sono databili al Mesolitico, 8.000-4.500 a.C. I principali ritrovamenti sono stati effettuati al Lago Santo di Cembra e a Malga Buse del Sasso. Del periodo Neolitico (4.500-2.800 a.C.) che vede il progressivo affermarsi di società di agricoltori e allevatori riuniti in villaggio, abbiamo notizia dai numerosi reperti ritrovati a Lisignago, Valternigo e Verla. Abitati datati all'età del Bronzo (1.800-900 a.C.) sono stati documentati sul Castion di Faver dove sono stati ritrovati elementi ceramici, reperti ora conservati al Museo Civico di Rovereto. Sul Castion è stata ritrovata anche una svastica irregolare incisa su una roccia affiorante. All'età del Bronzo medio sono invece ascrivibili i reperti rinvenuti sul Mancabrot nel comune di Giovo. Abitati del Bronzo recente sono noti solo al Dos Paion all'imbocco della valle e sul dosso di S. Floriano a Valternigo, dove sono state notate alcune coppelle. Il Bronzo finale, caratterizzato da un'esplosione di siti minerari, in valle è documentato in località “Peciapian” dove sono state rinvenute numerose scorie bollose associate a rari frammenti fittili attribuibili alla cultura di Luco. Inoltre è databile a questo periodo anche lo spillone bronzeo scoperto a Sover e quello ritrovato ad Albiano. La presenza umana nell'antica età del Ferro (900-600 a.C.) in valle di Cembra è documentata da oggetti sporadici tra cui la bella accetta ad alette superiori rinvenuta ad Albiano, ma è del tutto probabile che i numerosi siti della seconda età frl Ferro (600-350 a.C.) noti in tutta la valle alludano ad una presenza notevole anche nella fase precedente. Informazioni migliori e più abbondanti sono disponibili per quel che concerne la piena età del Ferro (350-100 a.C.) caratterizzata dalla cultura retica. Tra gli abitati retici va segnalato il Caslir di Cembra, dal quale provengono numerosi oggetti: accanto alla ormai famosissima situla, anche una chiave per serrature d'abitazione testimonia un consistente abitato di età retica. A Valternigo numerosi reperti sembrerebbero essere indizio dell'esistenza di un luogo di culto; molte fibule intere o frammentarie, armille, anelli, perle di pasta vitrea, ma soprattutto frammenti di situle e laminette figurate ritagliate da situle sono oggetti estremamente significativi ed utili per un corretto inquadramento cronologico. Vanno inoltre citate le notevoli presenze retiche (soprattutto strumenti da lavoro in ferro) ritrovati sul Doss Venticcia a Segonzano. Con la fine del I secolo il Trentino e la valle di Cembra entrano nell'orbita della cultura e della dominazione politica romana. L'assimilazione dei nuovi modelli da parte delle popolazioni locali retiche fu a quanto pare assai rapida. Ma questa assimilazione non fu così rapida da impedire che molta parte del mondo retico sopravvivesse alla rovina della civiltà romana entrando nel medioevo come ancestrale componente di cultura e di tradizione.

(informazioni tratte da “La valle di Cembra in età preromana” aa.vv. Edizioni UCT)

Martedì, 25 Marzo 2014 00:00

Il castello di Segonzano

Scritto da

Sorge tra Faver e Segonzano su uno sperone roccioso che domina il fondovalle. Fu probabilmente un casteliere preistorico e torre di guardia in epoca romana.Un documento del 16 febbraio del 1216 ne segna ufficialmente l'origine, in questo atto viene conferito al Signore Rodolfo Scancio l'infeudazione dal Principe Vescovo di trento Federico Vanga.Nel corso dei secoli fù di proprieta prima degli Scancio poi dei Rottenburg e dei Greifenstein nel 1300, nel 1424 entrò in possesso dei Duchi del Tirolo.{mosimage}Tra il 1494-95 vi dimorò per qualche giorno Albrecht Dürer, ospite del capitano Georg von Ebenstein.Nel 1500 fu degli Lichtenstein e nel 1535, divenuto di pertinenza vescovile, venno infeudato dal Principe Vescovo Bernardo Clesio al Signore Giovanni Battista a Prato. Territorialmente il Castello Di Segonzano era il centro politico di una delle piu' piccole giurisdizioni principesche tridentine. Esso comprendeva l'attuale ambito comunale di Segonzano, ad eccezione di Sevignano, che era giurisdizione del Capitolo Della Cattedrale Di Trento E Vich, il rione orientale del villaggio di Faver, verso il Rio Faverin. Detta giurisdizione era incastonata in sponda sinistra Avisio tra la giurisdizione capitolare di Sover, Sevignano e Villamontagna e quelle tirolesi di Cembra e Grumes, in sponda destra Avisio. Detta giurisdizione fu' soppressa dal Regno Italico (1810 - 1814) ed unita alla Giudicatura Di Pace Di Trento; la Restaurazione austriaca la riaffido' agli A Prato nel 1817. A seguito della rinuncia di costoro fu' unita dapprima al Distretto Giudiziale Di Civezzano (1823) e, successivamente, al Giudizio Di Cembra (1838). Con il ritorno dell'Austria (1815), continuarono a funzionare i Comuni con competenze politiche ed amministrative. Fu' proprio attraverso la Giudicatura di seconda classe, attivata l'1 Luglio 1842, che da Cembra l'Austria governo' la Valle Di Cembra ed il 3 Luglio 1843 fu' istituito l'Imperial Regio Giudizio Di Cembra, fatto questo che porto' Cembra al ruolo di capoluogo di valle. Nel periodo fra il 1851 ed il 1922, il Consiglio Comunale era denominato "Rappresentanza Comunale", composta da quattordici membri, mentre la Giunta Comunale era detta "Deputazione Comunale", formata dal Sindaco e da tre Consiglieri. Tutte queste persone erano elette dalla popolazione. Unico personale dipendente era il Guardiaboschi; solo infatti con i primi anni del Novecento il Comune Di Segonzano ebbe alle proprie dipendenze il Segretario Comunale. Il castello è tuttora della famglia a Prato, ma fù abbandonato durante l'occupazione francese del 1796-97. Sorge tra Faver e Segonzano su uno sperone roccioso che domina il fondovalle.Fu probabilmente un casteliere preistorico e torre di guardia in epoca romana.Un documento del 16 febbraio del 1216 ne segna ufficialmente l'origine, in questo atto viene conferito al Signore Rodolfo Scancio l'infeudazione dal Principe Vescovo di trento Federico Vanga.

La leggenda del picena

Il 2 novembre è il giorno della "Battaglia di Segonzano" che fu condotta dai francesi che attaccarono il castello e il paese di Segonzano con forze cinque volte superiori a quelle dei difensori. I difensori erano formati dagli Schützen di Fiemme, dalle compagnie degli Steinach nel paese e dai Rottenburg nel castello, vi era inoltre una compagnia di Croati. Gli Schützen decisero le sorti della battaglia che con grande impeto in una lotta corpo a corpo prevalsero sull' addestramento militare dei francesi.{mosimage} Nel tardo pomeriggio dopo gravi perdite i francesi abbandonarono il campo. La battaglia vinta è stata di grande importanza, non solo locale ma anche perché ha inflitto per quell'anno ai francesi una dura sconfitta. L'imperatore conferì una medaglia al valore, " per il Tirolo la sua più cara e più fedele Regione, degna dell'ammirazione di tutta l'Europa". Fu una medaglia al valore della stessa rilevanza di quella al valore militare dell'armata imperiale e fu l'unica per tutta la durata della monarchia Asburgica, ad essere conferita ad un intera regione.

Martedì, 25 Marzo 2014 00:00

La leggenda del picena

Scritto da

Ogni castello che si rispetti ha la sua leggenda e questa è la più nota dei ruderi, che riguarda un punto preciso, il”Bus del Picèna”, un foro nelle mura del castello che strapiombano nella Vallaccia. Si narra di un sarto luterano che lavorava per le dame del castello. Era abile nel suo lavoro, ma goloso di fichi e una sera si spinse pericolosamente sugli esili rami di uno di quegli alberi che sporgevano dal muro sopra la Vallaccia, e vi precipitò, fu portato al castello in fin di vita.  Fu subito chiamato il sacerdote per convertirlo, ma il Picèna raccogliendo le ultime forze andava gridando: “Via quel mostro! Via quel mostro!” e morì senza pentirsi. Da allora nelle notti di luna piena il suo spirito inquieto vaga negli anfratti e sui muri del castello cercando pace

Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

L'incendio di Faver

Scritto da
Duecento anni fa, nella primavera del 1797 le truppe francesi di Napoleone accerchiarono il paese di Cembra allora Tirolo, considerato una posizione chiave verso la Valle di Fiemme e lo saccheggiarono. La valle dell' Avisio, fino ad allora mai invasa da truppe nemiche, vide la temibile avanzata dei soldati francesi capeggiati dal giovane Napoleone Bonaparte, i tirolesi non esitarono a scendere in campo per difendere come potevano ciò che stava loro più a cuore. Tutti combatterono con eroico coraggio, perché sapevano che erano chiamati a difendere non solo la loro terra, ma quei valori per i quali vivevano e che la sovranità degli Asburgo, sempre molto sensibile nei confronti del Tirolo, aveva contribuito a mantenere. Il 20 marzo del 1797 la truppa Francese prese la strada per Faver, Valda, Grumes, Grauno dirette a Castello di Fiemme e di lì in Val d'Adige.Giunti a Faver, si racconta che un certo Paolo Tabarelli de Fatis avrebbe sparato, uccidendo un capitano francese che a cavallo precedeva la truppa. Inseguito scappò per i tetti e non fu preso, ma i Francesi saccheggiarono il villaggio incendiandolo. In breve ridusse in un ammasso di sassi 54 case, la venerabile chiesa, la casa delle scuole e la canonica. L'INCENDIO DI FAVER di FRANCO LOREDANA Nella rovina della canonica andarono distrutti anche tutti i documenti dell'Archivio e i registri dei nati e dei morti. Gli abitanti in parte si diedero alla fuga nei boschi e alcuni arrivarono in Fiemme, i rimasti furono saccheggiati, spogliati, senza viveri, senza tetto, ridotti all'estremo della miseria. Nei registro dei morti, rifatto dopo l'incendio della canonica, si trova che per essersi opposti alle spogliazione dei francesi furono uccisi Filippo Nardin di anni 25 e Giovanni Salamon di anni 36, ma anche altri volontari di Faver persero la vita. Nonostante tutto questo, nei quattro giorni successivi molti uomini di Faver dovettero fare da guida e compiere dei viaggi per trasportare feriti, bagagli e vettovaglie nei paesi di Valda, Grumes, Segonzano, Lona, Lases e sulla montagna di Faver per ordine del comando Francese. I Francesi continuarono la loro marcia verso Valda, Grauno, Grumes,fino a Castello di Fiemme, nessun paese fu risparmiato dai saccheggi e vi furono anche morti.
continua con La battaglia di segonzano
Sabato, 15 Marzo 2014 14:08

Mainardo II°

Scritto da
Biografia
Il più autorevole esponente della dinastia dei conti di Tirolo (castello presso Merano), figlio di Mainardo III di Gorizia, vissuto fra il 1238 e il 1295, considerato il fondatore dello stato tirolese. Nella divisione dei beni e diritti della famiglia con il fratello Alberto II (1271), ottenne i beni ad ovest della località di Rio di Pusteria-Mühlbach, nelle valli dell'Isarco, dell'Inn e dell'Adige. Sfruttò abilmente i diritti ereditari sulla avvocazia dei vescovati di Bressanone e Trento, che la sua famiglia aveva ottenuto nel 1256, e impose la propria egemonia sui principi vescovi di Trento

Un punto di vista Tirolese

La lettura spiega, da un punto di vista squisitamente 'tirolese', le modalità attraverso cui alla fine del Duecento il conte Mainardo II realizzò la costruzione del nuovo stato a cavaliere delle Alpi.

I nobili secolari, che disponevano già da lungo tempo di cospicui beni e diritti e che potevano contare su castelli e vassalli lungo l’Adige, l’Isarco e l'lnn ed in un certo senso avevano pari diritto giuridico dei conti di Tirolo, rappresentavano un forte ostacolo ai disegni politici del conte, principalmente quindi all'idea di rafforzamento del suo dominio all’interno della regione. Mainardo fu in grado di eliminare questa scomoda concorrenza sapendo combinare egregiamente forza, denaro, fortuna. Con il vescovo Egnone di Trento († 1273) si estinse la stirpe dei conti di Appiano, da generazioni rivali dei Tirolesi lungo l'Adige. I signori di Egna nella Bassa Atesina si schierarono contro Mainardo sostenendoil loro signore feudale, il vescovo di Trento. Il principe impose con la forza la restituzione dei castelli occupati costringendo infine i membri di questa famiglia ad abbandonare la regione. Mainardo ottenne altri importanti diritti versando somme di denaro. Adottò la stessa tecnica con i conti di Eschenlohe-Hertenberg nella Germania meridionale, acquistando direttamente col denaro i loro ampi diritti nella «terra tra i monti». I signori di Salorno vendettero il loro castello d'origine a Mainardo e divennero vassalli al suo servizio. Ad un passo simile si decisero anche gli allora minorenni conti di Arco; nei confronti di un ramo dei signori di Castelbarco il conte di Tirolo poté far valere la sua supremazia feudale. In questo modo la sua influenza si estendeva alle casate più potenti del territorio trentino. Se un signore non era disposto a riconoscere la supremazia del futuro principe della regione, Mainardo sapeva passare dalleminacce ai fatti. Alcuni castelli di nobili ribelli vennero effettivamente strappati con la forza, anche se si ha l'impressione che il conte adottasse tali mezzi solo in casi limite. La combinazione fra estorsione e denaro compare spesso nelle fonti, sebbene risulti oggi difficile stabilire in quale misura le maggiori o minori acquisizioni di titoli di proprietà, come ci vengono riportate dai documenti, vadano interpretate come acquisti occasionali favoriti da un particolare segno positivo. In ogni caso, Mainardo riuscì ad eliminare le casate concorrenti e allo stesso tempo anche ad aumentare la base delle sue proprietà e dei suoi diritti, e di conseguenza delle entrate. Il cosiddetto urbario di Mainardo, fornisce una idea precisa della sua efficace politica. Si tratta di una lista pervenutaci incompleta, di tutti i beni del principe nella regione, con l'esatta elencazione di tutti i tributi da riscuotere: in totale più di 2.300 fondi, variamente suddivisi in tutta la regione. Quale massimo proprietario terriero, il principe non disponeva solamente di importanti entrate, ma rappresentava per la maggior parte degli abitanti della regione lungo l'Adige, I'lsarco e l'lnn un padrone a cui bisognava sì versare tributi, ma che sapeva intervenire in loro difesa e si preoccupava della sicurezza pubblica. E bisogna dire che il conte seppe adempiere a questi compiti molto bene. Si preoccupò della certezza del diritto fissando consuetudini, adattandovi nuove condizioni e facendole registrare da giurisperiti. Sotto la decisiva influenza del principe si delineò la formazione di un ordinamento giuridico unitario, un aspetto che divenne caratteristica distintiva di Mainardo e della futura regione. Più volte nei documenti antichi si trova l’espressione «secondo diritto territoriale» e non è certo un caso che Mainardo per i suoi successori sia diventato il 'creatore' del diritto territoriale del Tirolo. In seguito ci si riferì a lui e ai rapportidi quel suo tempo contrapponendo all’ingiustizia del presente le condizioni ideali del passato. Per la riscossione dei privilegi, e ancor più per il funzionamento dell’amministrazione, Mainardo creò una rete di unità territoriali che in generale vennero chiamate Gerichte. Questi distretti amministrativi, che erano distribuiti in tutta la regione, derivavano da vecchie unità geografiche, ma potevano essere anche nuove creazioni organizzate in un punto focale. Per lo più erano castelli in cui risiedevano funzionari nominati da Mainardo con il titolo di «giudice» e il compito di incassare tributi e prestazioni dei contadini per conto del principe. A questa nuova figura venivano attribuiti tra l'altro titoli giuridici (ad esempio l'avvocazia), ma anche prestazioni di coloni di altri signori e le singole tasse da riscuotere. In questo modo il giudice divenne un importante elemento di collegamento tra i sudditi e il principe, tanto più che a lui spettavano anche competenze in ambito giuridico nei confronti della maggior parte degli abitanti della sua circoscrizione. Questa organizzazione amministrativa compatta che operava in nome del principe, fece passare in secondo piano diversi titoli giuridici originariamente esistenti, costituendo un aspetto fondamentale della formazione della nuova regione. Al successo di questa iniziativa contribuì il fatto che i rappresentanti della nuova struttura, cioè i giudici, non appartenevano ai vecchi ceti aristocratici: Mainardo preferì coinvolgere i collaboratori che sembravano essere particolarmente adatti a questi compiti, senza tener conto della loro condizione sociale. A loro erano affidati incarichi solo per un tempo determinato, evitando così il pericolo che i nuovi incaricati da semplici funzionari, a lungo o breve termine, potessero elevarsi ad un rango superiore. I giudici rappresentavano un elemento fondamentalenell'organizzazione amministrativa creata da Mainardo. Essi dovevano render conto regolarmente delle entrate e delle uscite davanti al principe e ad altri loro collaboratori, soprattutto al camerlengo, massimo funzionario delle finanze del principe. Tali conti venivano registrati anche per iscritto e i libri contabili giunti fino a noi, a partire dal 1280 circa, costituiscono una fonte eccezionale per la storia interna della nostra regione: si può affermare che non si trova altro esempio parallelo in ampio ambito geografico. Qui confluivano anche i soldi che dovevano essere consegnati da altri funzionari di Mainardo posti ai vertici di altre strutture, in particolare dalla salina di Hall, dalle dogane sparse in tutta la regione, dalla zecca di Merano e dai banchi di pegno (casane). In questa organizzazione era compresa anche la cancelleria del principato con i suoi notai, che aveva il compito di curare la corrispondenza, e soprattutto la redazione di documenti. Insieme alla già citata lista dei diritti sui territori del principe (urbario), la pratica amministrativa esercitata dai funzionari consentiva per i tempi di allora di disporre di una sintesi decisamente moderna riguardo alle possibilità finanziarie del principato, e proprio l'efficiente impiego del denaro quale mezzo per la politica determinò il successo di Mainardo II. ... Quando Mainardo II morì, alla fine dell'ottobre 1295, lasciò una nuova unità territoriale, la regione del Tirolo, destinata a rimanere invariata per diversi secoli. L’eliminazione dell'esercizio del potere temporale dei vescovi di Trento e Bressanone, il contenimento del ruolo dei nobili, I'organizzazione di un’amministrazione unitaria e competente esercitata dai funzionari, I’unificazione del diritto, I'incremento del commercio e del traffico all'interno e attraverso la regione, nonché il conseguente sviluppo delle città edei borghi, I'organizzazione e la concentrazione dei diritti sovrani in generale nella persona del conte del Tirolo quale signore della regione, sono tutti aspetti che fanno parte dunque di un complesso processo caratterizzato soprattutto dalla figura di Mainardo II. Egli in realtà si riallacciò ai primi passi compiuti dal nonno, il conte di Tirolo Alberto III, e la formazione di nuove unità territoriali nel Sacro Romano Impero rappresentò certamente un diffuso fenomeno storico-istituzionale. Nonostante ciò, bisogna riconoscere il merito di Mainardo, cioè quello di aver fatto nascere con astuzia e forza, con denaro e fortuna, in circostanze alterne un simile quadro territoriale di così lunga durata. J. RIEDMANN, Il secolo decisivo nella storia del Tirolo (1259-1363), in Il sogno di un principe. Mainardo II e la nascita del Tirolo (Mostra storica del Tirolo, Castel Tirolo - Abbazia di Stams - 31 ottobre 1995), B. Mondadori, Milano 1995, pp. 44-46, 49-50.


 

Temporanea secolarizzazione dei principati vescovili

Erede del conte Alberto, e di tutte le infeudazioni da lui accaparrate a scapito dei principati ecclesiastici, riuscì a farsi riconoscere il suo genero conte Mainardo III di Gorizia

che assunse il titolo di Mainardo I del Tirolo. Costui, assediata Trento con l'appoggio di Ezzelino da Romano, costrinse il vescovo Egnone a investirlo pure dell'avvocazia. Vana fu la protesta del Capitolo dei canonici, il 2 maggio 1256, come poi anche la revoca dell'investitura da parte dello stesso principe vescovo, il 23 o ottobre 8, in seguito alla morte dell'usurpatore. Mainardo II, suo figlio, si mostrò ancor più risoluto e violento nelle sopraffazioni. Dopo aver senz'alcuna difficoltà ottenuto dal vescovo Egnone (fiducioso di poter con l'aiuto del conte del Tirolo domare la rivolta dei vassalli) il rinnovo delle prece denti investiture, non ebbe scrupoli di approfittare del malumore dei cittadini di Trento, poiché il vescovo era incapace nei confronti dei ribelli e di opporsi alla pressioni esterne degli Scaligeri, per insediare in Trento un capitano a lui devoto e rimpiazzare via via i canonici ostili con ecclesiastici a lui ligi e impadronirsi di feudi pignoratizi o vacanti, al punto che alla morte del vescovo (esule a Padova) non si potevano distinguere ormai i feudi (Lehenstuken) dagli allodi (Eigentum) . La maggior parte dei territori appartenenti ai principati vescovili di Trento e di Bressanone fu da Mainardo II usurpata, cosicché il conte del Tirolo non si curò nemmeno di farsi rinnovare l'investitura dai vescovi neoeletti. Attese invece a riorganizzar e radicalmente l'amministrazione, secondo il più progredito modello italiano, sostituendo i nobili e i ministeriali infeudati con ministeriali senza feudo, cioè semplici funzionari pubblici; favorì la borghesia cittadina e anche l'emancipazione dei contadini, trasformandoli in locatari perpetui ovvero fittavoli. Non concesse però alle comunità rurali alcun diritto politico, di modo che non poterono costituire un'organizzazione di contadini liberi come si stava facendo nelle vicine comunità svizzere. Mainardo II programmò e decisamente iniziò la formazione di una moderna compagine statuale di tipo assoluto, che si avvaleva di un efficiente apparato burocratico. La sovranità territoriale dei principi vescovi si ridusse a poco più di un contestato diritto formale-storico, anche perché molti loro sudditi esasperati dai soprusi perpetrati durante il lungo periodo di anarchia non disdegnavano il predominio dell'energico conte del Tirolo. Riuscì perciò del tutto effimera l'espugnazione del castello del Mal Consiglio (che proprio allora, almeno dal 1277, fu denominato Buon Consiglio) da parte dei fautori del nuovo vescovo trentino Enrico II, che era dell'ordine teutonico. Mainardo II reagì aggredendo violentemente Bolzano, di cui fece demolire perfino le mura, poiché aveva fatto causa comune con i Wanga e con altri signori filovescovili. Dopo un infausto tentativo di porsi sotto la tutela del comune di Padova (1278), affidando la città di Trento al patavino podestà Marsilio Partenopeo, il vescovo Enrico nel 1284 dovette adattarsi a stipulare con il conte del Tirolo addirittura un contratto di cessione del principato per quattro anni. Gli veniva corrisposta una pensione di ottocento marche d'argento, forse anche (come si riscontrerà spesso in seguito) per sopperire all'insolvibilità dei debiti contratti per mantenere il decoro principesco. Contemporaneamente il vescovo di Bressanone, Bruno di Kirchberg (1250-1288) nipote di Mainardo I, si mostrava ancor più succube perché non solo cedette all'insaputa del Capitolo dei canonici a Mainardo II il dominio di Sarentino e Castelrotto, ma riconobbe quasi formalmente la separazione e la supremazia del potere temporale dell'usurpatore su quello, già di fatto ridotto alla giurisdizione ecclesiastica, del vescovo. Le cosiddette «compattate», che avrebbero dovuto essere vere convenzioni bilaterali, si rivelarono imposizioni pressoché unilaterali del conte del Tirolo. Certo è che nel 1288 il principato vescovile di Bressanone poteva considerarsi secolarizzato e in quello di Trento pure la sovranità territoriale del vescovo poteva ormai apparire una sopravvivenza soltanto formale. Mainardo II cominciò indifferentemente ad attribuirsi il titolo di Landesfurst (« princeps terrae »), che in realtà gli spettava per il ducato di Carinzia conferitogli dal genero re Rodolfo d'Asburgo nel 1286, ma che fin d'allora volle estendere e ritenere valido per l'ambiguo dominio del Tirolo. Alle altre usurpazioni aveva aggiunto il diritto di battere moneta, che violava i diritti sovrani del principe vescovo di Trento e che tuttavia gli fu ben presto riconosciuto dallo stesso Rodolfo d'Asburgo; anzi, in breve tempo la zecca di Merano accentrò e sviluppò straordinariamente la monetazione trentino-tirolese, favorendo l'incremento commerciale e insieme il prestigio del conte e « principe » del Tirolo.


 

I conti del Tirolo

L'espansione dei conti di Tirolo iniziò con dure e mirate lotte per sottomettere la nobiltà indipendente, che dalla decadenza dell'Impero di Carlo Magno, nel X secolo, risiedeva orgogliosa nel cuore delle Alpi

Con la morte di Alberto III (1190-1253), successero Mainardo I (1253-1258) e il figlio Mainardo II, il cui periodo di dominio (1258-1295) corrispose al culmine della potenza di espansione tirolese. Egli mise in ginocchio le famiglie nobili che erano tornate ad alzare la testa e a cercare conquiste territoriali, combatté gli stessi vescovi di Trento e Bressanone, diede alla regione un'esemplare amministrazione secondo criteri moderni come testimoniano numerosi documenti giunti sino a noi e conservati nei principali musei locali. Fece costruire la zecca a Merano, affidando la gestione ai fiorentini che erano allora i migliori banchieri del mondo. Tra il 1286 e il 1335 i conti tirolesi divennero anche duchi della Carinzia. La figura più nota in questo periodo è la contessa Margareta Maultasch, costretta all'età di 12 anni a sposare Giovanni Enrico di Boemia (9 anni), secondo la ferrea regola della nobiltà, che consentiva i matrimoni di interesse per espandere i confini territoriali appartenenti alla famiglia. Così la Casa dei Lussemburgo concordò il matrimonio tra la contessa e Giovanni. Ben presto il matrimonio naufragò e Maultasch approfittò dell'assenza del marito per organizzare contro di lui la rivolta dei nobili tirolesi. Nel 1341 la contessa impedì al conte di rientrare al castello e lo ripudiò. Nel frattempo l'imperatore Ludovico il Bavaro della signoria dei Wittelsbach aveva approfittato della situazione e si era concordato per celebrare un nuovo matrimonio tra suo figlio e la contessa Maultasch. Nonostante il primo matrimonio non fosse stato sciolto dalla Chiesa cattolica e quindi vi era odore di scomunica, l'imperatore riuscì a trovare un vescovo tedesco per celebrare in semiclandestinità la cerimonia. Purtroppo durante il trasferimento verso Merano, il vescovo cadde da cavallo al passo Giovo e morì; un brutto segno premonitore dei tempi che avrebbero condizionato sotto tutti i punti di vista la vita della contea. Con il matrimonio di Margareta con Ludovico, nel 1342, la contea di Tirolo passò dalla casa dei Lussemburgo alla signoria bavarese, che seppe gestire con la massima accortezza le esigenze di autonomia della nobiltà tirolese. La coppia nel 1343 venne scomunicata, unitamente all'imperatore, reo di aver conquistato i territori di Feltre e Belluno a Carlo di Boemia e di aver tolto Maultasch al suo primo e ancora legittimo marito. Nel frattempo Carlo di Boemia, fratello di Giovanni Enrico e futuro imperatore, non aveva digerito l'affronto subito dalla famiglia per la cacciata del fratello da Merano. Giunto in Sudtirolo, cinse d'assedio il castello di Tirolo. Fu l'unica volta che il castello venne assediato. Gli assediati, guidati dalla donna, riuscirono a resistere egregiamente fino all'arrivo delle truppe guidate dal marito Ludovico il Bavaro e inflissero a Carlo di Boemia un'onta peggiore rispetto all'offesa che egli voleva vendicare. La coppia ebbe un unico figlio maschio che purtroppo morì prestissimo, all'età di 19 anni lasciando la contea senza eredi. Fu così che Margareta decise di lasciare la contea ai parenti più prossimi, i duchi d'Austria. Dopo l'incendio della cappella del castello nel 1308 la contessa fece eseguire le pitture murali che raffigurano per la prima volta lo stemma dell'aquila rossa con le ali spiegate.


 

Gli anni difficili dei conti di Gorizia

La morte prematura di Federico II nel 1250 segna una svolta fatale nel a storia europea del Medioevo. Con lui non tramonta soltanto la potenza della casa di Svezia: è l'istituto stesso dell'Impero romano - germanico che entra in crisi profonda. In Italia esso non avrà d'ora innanzi altro valore che quello di un'idea platonica, di un'autorità astratta e lontana che Dante invocherà invano, mezzo secolo più tardi, affinché metta ordine nelle cose della travagliata penisola. Ma anche in Germania il trono di Carlomagno e di Ottone I vacilla e sembra sia sul punto di sfasciarsi definitivamente. Formalmente vi siede il figlio di Federico, Corrado I V, che il partito guelfo però rifiuta, opponendogli - in verità con scarso successo - altri pretendenti.

Il Regno di Sicilia è retto provvisoriamente da Manfredi, figlio naturale di Federico II; contro di lui il papa Innocenzo IV fomenta senza posa ribellioni e defezioni. Corrado IV scende in Italia nel 1252, ma due anni dopo, in Basilicata, anch'egli viene morte, lasciando un figlioletto di soli due anni, Corradino. In Germania si apre il "grande interregno" poiché per quasi vent'anni i principi tedeschi non sapranno accordarsi sull'elezione di un sovrano che sia qualcosa di più di un'effimera parvenza. In Italia il partito ghibellino sembra invece recuperare vigore appoggiandosi a Manfredi, il quale, essendosi sparsa forse ad arte la voce della morte di Corradino, assume la corona di Sicilia e dispiega con buon successo una notevole energia. Si profila la possibilità di unificazione della penisola sotto un re ormai interamente italiano: è quanto basta per spingere il Papato a chiedere l'intervento di un nuovo principe straniero nella persona di Carlo d’Angiò fratello del re di Francia e signore di Provenza, contro il quale Manfredi perderà a Benevento, nel febbraio del 1266, la battaglia e la vita. Rimarrà ancora in lizza l'ultimo degli Svevi, Corradino, che pur senza titolo regale scenderà in Italia, su invocazione dei Ghibellini, nel 1267; ma sconfitto anch'egli da Carlo d'Angiò, sarà da questi catturato per tradimento e messo a morte a Napoli nell'ottobre 1268. Il Papato può giubilare: la casa di Svevia è sterminata, l' Impero è inesistente, l'Italia è dilaniata dalle lotte tra le nascenti Signorie o soggetta all'odiosa dominazione angioina; un'Italia a brandelli, terreno propizio per lo sviluppo e il consolidamento del potere temporale della Chiesa romana. In questo clima politico si vengono formando, dalla crisi delle istituzioni comunali, le Signorie italiane. Per vie differenti e in tempi diversi, i maggiori Comuni, stanchi, delle fotte intestine e bisognosi di tranquillità interna per un più fecondo sviluppo economico, delegano dapprima a tempo determinato, poi a vita, le funzioni di governo a una persona che le eserciti in forma monarchica e a vantaggio di tutto il popolo: quando tali poteri finiscono per trasmettersi ereditariamente in famiglia, la Signoria è cosa fatta e le libertà comunali sono morte e seppellite. A differenza dei principati territoriali germanici, di origine feudale in quanto giuridicamente fondati sull'investitura regia, le Signorie nascono quindi da una libera scelta popolare, di cui solo più tardi si perdono del tutto sia la forma che il contenuto. Dall'uno e dall'altro tipo si diversifica sostanzialmente la nascente signoria tirolese, che non trova la propria legittimazione né in un atto sovrano di investitura (se non per singole porzioni di territorio), né in una delega popolare, ma è il risultato di una lunga serie di accrescimenti territoriali conseguiti a vario titolo, e non di rado con atti di forza, dai conti di Tirolo a spese soprattutto dei principati vescovili. Tale sviluppo implica quindi una situazione conflittuale cronica nei confronti dei principati medesimi, i quali continuano a sussistere, sia pure più di nome che di fatto, entro la cornice della nuova signoria, senza che i rapporti reciproci possano mai venire definitivamente chiariti e i contrasti risolti una volta per tutte. Nella nostra escursione a tappe attraverso la storia dell'Alto, Adige abbiamo seguito la genesi della signoria fino al termine della prima fase, quella che ha avuto per protagonista il conte Alberto III, con il quale si estinse nel 1253, in linea maschile il casato dei Tirolo. I suoi vasti possessi feudali di qua e di là dal Brennero tornerebbero ora ai concedenti, cioè per la massima parte ai principi-vescovi, se Alberto non avesse avuto l'abilità dì assicurare alle due figlie e ai loro consorti - il conte Mainardo III di Gorizia e il conte Gebhart von Hirschberg, secondo marito di Elisabetta - i diritti di successione nei feudi medesimi. Dopo un anno di amministrazione indivisa dell'intero patrimonio allodiale e feudale i due eredi procedono a una divisione territoriale, per cui lo Hirschberg, che risiede in Baviera, ottiene i possessi a nord della catena spartiacque alpina e l'alta Val d'Isarco, mentre il conte di Gorizia conserva tutti quelli situati di qua dalla catena stessa e un tratto della valle dell'lnn a nord del Passo di Resia. I due sconfinamenti sui valichi rispetto alla displuviale stanno a confermare la tradizione storica che vede in questi passi alpini degli elementi di unione più che di separazione dei contigui territori. Questa divisione patrimoniale sembra mettere fine al processo di unificazione politica tra le terre dell'Adige e dell'lnn per instradarne un altro in senso parallelo alla catena alpina dall'Adige alla Drava e all'Isonzo. Se tale tendenza fosse prevalsa, la storia della nostra regione avrebbe preso tutt'altro indirizzo: invece non passeranno vent'anni e tutto ritornerà nel solco tracciato da Alberto III. Intanto Mainardo, che si insedia ora a Castel Tirolo e si denomina Mainardo I di Tirolo e Gorizia, si trova padrone di vasti domini dall'Engadina all'Istria e alla Carniola, la cui continuità è tuttavia assai compromessa dalle cessioni ch'egli ha dovuto fare all'arcivescovo Filippo di Salisburgo in forza della pace di Lieserhofen per ottenere la liberazione del suocero Alberto. Il presule tiene tuttora in ostaggio due figli di Mainardo, poiché questo non si decide a consegnargli il castello e il territorio di Virgen nell'Iseltal, a nord di Lienz. Anche nel Trentino la posizione di Mainardo è assai debole: chi vi comanda è infatti ancora Ezzelino da Romano attraverso i suoi accoliti, tant'è vero che il vescovo Egnone non ha mai potuto prendere possesso della sua cattedra, e tanto meno del principato. Nella speranza di ottenere da Mainardo il tanto necessario aiuto contro il tiranno, il vescovo si reca nel 1254 nientemeno che a Capodistria, dove il conte è trattenuto dai suoi interessi istriani, per conferirgli tutti i feudi che Ulrico di Ultimo e Federico e Giorgio di Appiano avevano tenuto dalla Chiesa tridentina. Mainardo accetta di buon grado il cospicuo dono, ma quanto a mettersi contro Ezzelino non ci pensa neppure. Sono invece i cittadini di Trento che l'anno seguente insorgono e scacciano i partigiani del tiranno. Ottenuta con ampie concessioni di feudi e castelli la sottomissione dei nobili di parte avversa, e nominato Sodegerio - che ha avuto l'accortezza di cambiar bandiera al momento giusto - vicario vescovile a vita, Egnone può finalmente insediarsi a Trento, e con ulteriori sacrifici finanziari e patrimoniali procura di premunirsi contro un prevedibile ritorno in forze di Ezzelino. Questo compie ben presto una rovinosa incursione in Valsugana, mettendo a ferro e a fuoco il paese; l'anno seguente ritorna e stringe la città in una morsa minacciosa. Chiamato in soccorso, Mainardo giunge a Trento, ma invece di provvedere alla difesa estorce al vescovo e al Capitolo la concessione che più gli preme l'investitura formale ed ereditaria, anche in linea femminile con tutti i feudi del principato già tenuti dal suocero Alberto, compresa l'avvocatizia perpetua della Chiesa. Agli increduli interlocutori egli esibisce un analogo atto di investitura che il vescovo Aldrighetto ha concesso una decina di anni prima ad Alberto, all'insaputa del Capitolo e quindi in modo del tutto arbitrario. Sotto l'incubo della minaccia ezzeliniana, vescovo e Capitolo non osano opporre a Mainardo un rifiuto, e concedono l'investitura richiesta; subito dopo essi stendono però - beninteso di nascosto - un atto di invalidazione della medesima, da far valere appena possibile davanti al re, affermando che la concessione è stata estorta in condizioni di grave emergenza. Tutto questo non salva comunque la situazione: Mainardo si guarda bene dall'affrontare Ezzelino, con il quale è probabilmente d'accordo; il vescovo deve nuovamente fuggire e il tiranno riprende la città, compiendo le sue feroci vendette e devastando il territorio circostante. Poco dopo, nel luglio 1258, Mainardo I viene improvvisamente a morte. Poiché i suoi due giovani figli sono sempre custoditi dal l'Arcivescovo di Salisburgo, i domini tirolesi e goriziani si trovano di fatto senza padrone e senza governo, e potrebbe accadere di tutto.


 

Cenni storici

Mainardo Il avrebbe voluto somigliare al grande imperatore Federico II, deceduto improvvisamente nel 1250. E quando morì anche il figlio di questi, Corrado IV (1254), Mainardo fece di tutto per sposarne la vedova. Le nozze furono celebrate il 5 ottobre 1259. Quello stesso anno, come segno della propria ascesa, faceva coniare a Merano una delle prime monete della contea. In queste si trova impressa, da un lato, una bella aquila, guarda caso, identica a quella degli augustales di Federico Il (Messina 1231). Col predetto matrimonio si metteva in moto un complesso meccanismo che avrebbe potuto portare a risolvere certi problemi della sposa, Elisabetta di Baviera, e del conte tirolese. La prima trovava utile il pragmatismo del marito ai fini del recupero del regno di Sicilia, al quale legittimamente aspirava il figlio Corradino; il secondo guardava ai possedimenti degli Hoenstaufen nella valle dell'Inn, oltre che nelle valli Venosta e Passiria. Ma Corradino fu decapitato nella piazza del mercato di Napoli nel 1268 dopo essere stato proditoriamente battuto a Tagliacozzo da quella peste di Carlo d'Angiò, aiutato dal papa del tempo. E così la sia pur larvale speranza, di mettere il naso nel bel mezzo del Mediterraneo, svaniva definitivamente. Tuttavia Mainardo, sfruttando altre cbances, si adoperò con ogni mezzo possibile per accrescere la propria potenza. Purtroppo il suo forte stato non ebbe lunga vita. La morte del conte (1295) inaugurò una convulsa disputa fra varie monarchie europee, con in testa il casato degli Asburgo, per il controllo dei territori posti nella zona delle Alpi centro-orientali. Trentacinque anni più tardi rimaneva erede della signoria soltanto una nipote di Mainardo, Margarete del Tirolo, soprannominata "Maultasch" (Bocca a tasca). La memoria popolare la descrive come un capo di stato abile ma crudele, oltre che donna dagli amori intensi e spregiudicati. Dicono che tenesse molto al proprio buon nome e, per non alimentare malignità sul proprio conto, dopo ogni incontro faceva trucidare i suoi amanti. Ma forse è solo una leggenda. Personaggi simili sono stati descritti in ogni tempo e in ogni paese, come la romana Poppea o Giovanna la Pazza. A parte tutto, il suo matrimonio con Johannes Heinrich del Lussemburgo veniva osteggiato da molti, tanto che ad un certo momento finì con Il essere dichiarato nullo. Sottoposta a pressioni d'ogni sorta la povera Margarete, anche per mancanza di eredi, nel 1363 decideva di rinunciare a tutti i suoi diritti e a lasciare campo libero al duca Rudolf IV d'Asburgo. 1 territori tirolesi passavano così alla casa d'Austria che poteva finalmente collegare fra loro i vasti possedimenti compresi nella parte meridionale dell'impero germanico.


 

Muore Mainardo

Con l'accordo del 1284 il vescovo tridentino Enrico ha ceduto a Mainardo per la durata di quattro anni, e dietro corresponsione di una congrua indennità, il governo e l'amministrazione dell'intero principato, e il conte non manca di approfittarne ampiamente per consolidare in tutto il territorio le sue posizioni di potere ed impinguare il suo patrimonio allodiale. Nel frattempo egli ha potuto coronare anche un'altra sua grande ambizione: ottenendo nel 1286 dal re Rodolfo d'Asburgo l'investitura in piena regola con il ducato di Carinzia , che di fatto egli governava già da un decennio - Mainardo ha conseguito quel rango principesco che lo pone alla pare con i più prestigiosi casati dell'Impero.

Portando avanti con i suoi metodi drastici e spregiudicati, nel Tirolo come in Carinzia, il programma di smantellamento del potere temporale delle chiese episcopali, di sottomissione dell'aristocrazia terriera e feudale e di incameramento dei rispettivi ingentissimi patrimoni, è inevitabile che il nuovo duca si crei uno stuolo sempre più numeroso e furente di nemici, sia in campo ecclesiastico che tra la spodestata nobiltà. Dapprima in Carinzia, poi anche nel Tirolo viene così prendendo corpo un fronte di opposizione al duca, il quale Þ indotto a sempre più dure repressioni. Scaduta nel 1288 la convenzione con il vescovo tridentino, che nel frattempo ha preferito andarsene in esilio in Alta Italia, e visto che il duca non intende restituire praticamente nulla, il vescovo stesso ricorre al foro ecclesiastico, e per Mainardo ricomincia la gragnuola di intimazioni e scomuniche sempre più pesanti. Il nuovo papa Nicolò IV non si lascia infatti ingannare da vuote promesse, e alla morte del vescovo Enrico nomina al suo posto il minorato Filippo, della nobile famiglia mantovana dei Bonaccolsi-Pinamonte, al quale Mainardo preclude ogni accesso alla sua diocesi. Il conflitto si inasprisce ulteriormente, e ad esso se ne aggiunge uno analogo nel principato di Bressanone allorché morto l'acquiescente vescovo Bruno, il papa vi designa Enrico di Villaco, uomo decisamente ostile a Mainardo e che non riuscirò mai a metter piede nella sua sede. Frattanto anche gli Asburgo si trovano di fronte ad uno schieramento di forze ostili, e nel corso del 1291 si viene costituendo contro il blocco asburgico-tirolese - appoggiato soltanto dal conte Alberto di Gorizia, fratello di Mainardo, e dagli scaligeri di Verona - una minacciosa coalizione di cui fan parte, oltre ai vescovi di Trento e Bressanone, anche l'arcivescovo di Salisburgo, il patriarca di Aquileia, i duchi della Bassa Baviera, varie città padane e i re di Boemia e d'Ungheria, mentre dilaga la ribellione interna. Per colmo di sventura nel luglio di quell'anno viene a morte il re Rodolfo e genero di Mainardo), Adolfo di Nassau, dal quale i nostri duchi non possono attendersi che inimicizia. La situazione Þ intanto degenerata in guerra generale. Persino il castello dei Weineck, sull'altura del Virgolo presso Bolzano, chiude le porte in faccia a Mainardo, e può venire espugnato e raso al suolo soltanto dopo tre mesi d'assedio, mentre i Brandis di Lana fanno atto di sottomissione giusto in tempo per evitare egual sorte. Lo schieramento nemico perde un po' di vigore alla morte del papa Nicolò IV, ma la fortuna che ha sempre assistito Mainardo sembra ora volerlo abbandonare. Gli muore infatti il figlio Alberto, che conduceva le operazioni in Carinzia; un secondo figlio, Ludovico, cade prigioniero dell'arcivescovo di Salisburgo, e infine lo stesso fratello del duca, Alberto di Gorizia, gli volta le spalle accordandosi con i nemici. Quanti, a questo punto, non si sarebbero scoraggiati? Ma il tenace Mainardo sembra tratte nuovo vigore dal pericolo estremo. Raccolta nuove forze tirolese, le invia in Carinzia al comando del terzo figlio, Ottone, i poi anche del quarto. Enrico, i quali in pochi mesi ristabiliscono l'ordine e mandano a morte i maggiori capi dell'insurrezione nobiliare. Intanto anche Alberto d'Asburgo, trovato un accordo con il re Adolfo e ottenuto da lui il rituale riconoscimento dei suoi ducati, ha ragione degli avversari, e nell'estate del 1293 si conclude a Linz la pace generale per l'area danubiana. I due duchi hanno tenuto testa ad una coalizione di forze quali non si vedeva da gran tempo nell'ambito imperiale. Ora Mainardo può portare a termine anche la ristrutturazione politico-amministrativa della Carinzia nello spirito di un centralismo autoritario che prelude alle monarchie assolute dell'Europa moderna e che non lascia più spazio ai particolarismi ed agli arbitri della società feudale. La pace di Linz non ha però risolto il conflitto tra il duca e i principati vescovili di Trento e Bressanone. Una soluzione insperata sembra profilarsi quando viene eletto al soglio pontificio, con il nome di Celestino V, il vegliardo eremita Pietro del Morrone, candido vagheggiatore di una Chiesa evangelicamente spirituale e perciò fiacco difensore del suo potere temporale. Prestando orecchio a certi consiglieri prezzolati dagli abili agenti di Mainardo, il pontefice si convince della buona fede del duca e designa tre prelati - tutti in qualche modo legati al carro tirolese - affinché accettino, per conto della Chiesa tridentina, le transazioni proposte da Mainardo e prosciolgano il duca e i suoi seguaci da ogni scomunica. Ma prima che la cosa abbia corso, Celestino V viene costretto a deporre la tiara, che passa sul capo di un ben diverso personaggio: il famoso Bonifacio VIII, intransigente assertore della supremazia papale su ogni altra autorità terrena e strenuo difensore del potere temporale della Chiesa. L'assoluzione della scomunica, frettolosamente impartita al duca nel febbraio 1275 dal solo abati di Wilten (gli altri due delegati del defunto papa, i vescovi di Augusta e Frisinga, non si sono fatti vedere), ha tutto il sapore di una farsa, e del resto Bonifacio rinnoverà nel settembre l'anatema in termini di inusitata asprezza, incitando contro Mainardo sudditi e principi. Deceduto intanto l'esule vescovo Enrico di Bressanone, gli succede, per diretta nomina papale, Landolfo di Worms, che essendo in buoni rapporti sia col pontefice che con il re Adolfo, le due supreme autorità ai danni di Mainardo. La situazione si fa dunque nuovamente preoccupante, ma ancora una volta l’abilità diplomatica del duca sa trovare una vantaggiosa via d'uscita. Mostrandosi accomodante con il nuovo vescovo nella questione del principato ed offrendogli il lucroso ufficio di mediatore per un possibile accordo con il papa, il re e il vescovo di Trento, egli trasforma di colpo il potenziale nemico in un prezioso alleato, il quale troverà addirittura accenti patetici di cordoglio quando Mainardo scenderà nella tomba. Questo successo non basta tuttavia a risollevare il fisico e il morale del duca, logorati da tanti anni di febbrile attività e di snervanti tensioni. Egli non ha che 57 anni, ma è già un vecchio, e solo con grande sforzo riesce a mettersi in viaggio, nell'ottobre 1295, per recarsi a Vienna dal duca Alberto, suo genero, al fine di concordare una linea di difesa contro un probabile ritorno offensivo del re Adolfo. Sentendosi mancare le forze, Mainardo si affretta al ritorno per morire nel suo amato Tirolo, ma giunto al castello di Greifenburg, nella valle delle Drava, non ce la fa più a reggersi in piede. Alla presenza dei tre figli, prontamente accorsi, e di alcuni fedeli cortigiani, il duca dispone con testamento che tutti i suoi domini e i suoi tre figli vengano retti e amministrati in forma unitaria, cioè senza divisioni ereditarie, dai suoi tre figli, e che questi restituiscono a chi sia in grado di documentare il proprio buon diritto tutti i beni, le terre e i castelli da lui "ingiustamente acquisiti" nel principato tridentino o altrove. E la sera di Ognissanti, ricevuti i sacramenti, Mainardo II di Tirolo e Gorizia, duca di Carinzia, muore come un buon cristiano che non abbia mai commesso più di qualche peccato veniale. La sua salma verrà trasportata nel monastero di Stams nell'Oberinntal, per esser deposta nel loculo di fianco all'altare, accanto a quella della consorte Elisabetta che vi riposa già da un ventennio. Lungo il tragitto il popolo fa ala al passaggio del feretro, manifestando un vivo cordoglio per la scomparsa del suo principe, la cui memoria vivrà per secoli come quella di chi protesse gli umili contro gli arbitri dei potenti e dischiuse al contadini la via dell'emancipazione sociale ed economica. Vien fatto allora di chiedersi se Mainardo II sia stato di grande e benefico principe della tradizione popolare, oppure l'avido e violento tiranno che certa storiografia ci rappresenta a fosche tinte.


 

I Madruzzo ne testimoniano

ino dal 1027 il principato di Trento appartenne ai vescovi, ma la contea del Tirolo data nel 1178 a dinastia principesca, era per eredità passata alla casa d’Austria, ed ora apparteneva ad un ramo di arciduchi, che col titolo di conti del Tirolo, resideva in Innsbruck, Tra i vescovi di Trento e i conti del Tirolo non vi fu mai buona amicizia. Si suppone che il vescovo Egnone de’ conti di Eppan morto esule in Padova nel 1273 dopo di essere stato testimonio delle sciagure di Trento a’ tempi di Ecelino da Romano e del sacco dato nel 1265 da Mastino della Scala, avesse contratto obbligazioni con Mainardo conte del Tirolo, probabilmente perché del vescovado prendesse le difese, e che in quell’occasione facesse cessioni lesive all’indipendenza e ai diritti di Trento. Forse tali cessioni non volle poi riconoscere il vescovo successore Enrico, che fu in continui guai con Mainardo.

Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

Il Castello di Cembra

Scritto da
Nella zona di Cembra sorgeva il castelliere distrutto dai Franchi nella loro calata del 590 (Cimbra) Incerta è la località dove il castelliere sorgeva:potrebbe essere tuttavia identificata nel Dos Caslir nei pressi del paese, tipico castelliere preistorico e stazione culturale dell'età del ferro.
Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

La Situla

Scritto da
La situla fu trovata nel 1828 da Simone Nicolodi sul Doss Caslir di Cembra e ora si trova al museo del Buonconsiglio di Trento. La situla è interamente in bronzo ha la forma di un secchio che si stringe verso il basso e s’allarga verso l’alto è alta 28 cm. col diametro di 30 cm. è costituita da una lamina di bronzo avvolta su sé stessa unita da otto chiodi ribattuti, il fondo è unito in modo analogo così pure le due croci poste ai lati nei quali si aggancia il manico. La situla doveva servire come recipiente che conteneva il vino da offrire agli Dei, nelle cerimonie religiose. Da studi storici e archeologi si può affermare che la forma di questa situla è quella della scuola dei Reti e degli Euganei che loro stessi avevano appreso dagli Etruschi, come l' abitudine d' incidere delle iscrizioni sui manici e sulle labbra dei vasi metallici. Si tratta di cinque parole incise con caratteri assai simili all’etrusco e classificati come retico centrale. Molti studiosi si sono cimentati nel tentativo di comprendere la scritta, nella interpretazione più recente del Mayr (1959) essa dice: "A Lavisio, il giovane dio del vino (è questa situla) in dono. Velcanu Rupnu e Pitiave Kusenkus l'hanno dedicata". La situla costituisce dunque il simbolo di una Valle da millenni dedicata alla viticoltura.
Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

Il castello di Giovo o della Rosa

Scritto da
Il Castello di Giovo è situato a circa 680 metri sul livello del mare.E’ posto su un dolce pendio circondato da prati , rivolto verso la vallata dell’Adige, che scorge in lontananza guardando verso Verla e Palù. La strada che collega il castello con il paese di Verla s'innesta con quella che passa accanto alla vecchia chiesa di s.Maria di Giovo, detta anche strada Piovecia, cioè strada della pieve vecchia ed era l’unica strada di comunicazione tra Verla e Ville. Il castello possedeva all’epoca due torri, giardino,pozzo,edifici e il palazzo. Una delle due torri tuttora nelle sue dimensioni originali è alta circa 24 metri e risale al XIV secolo.Ha cinque piani il primo ha il pavimento in legno,il secondo,il terzo e il quarto sono divisi da avvolti in muratura e il quinto ha il pavimento in legno.E’ possibile passare da un piano all’altro mediante una scala mobile in ferro attraverso le botole ricavate nei soffitti. Il materiale di costruzione utilizzato è porfido e pietra arenaria giallastra. La torre è orientata a Sud-Ovest Nord-Est quindi durante il giorno tutte e quattro le pareti sono illuminate dal sole. Alla base la torre misura 5,50 metri per 5,63 metri. La seconda torre è alta circa dieci metri situata all’estremo Nord-Est e in epoca congiunta con il palazzo. Nel cortile vi è un pozzo profondo all’origine circa tre metri con sopra una lastra bucata nel centro dove vi era poggiato il verricello per attingerci all’acqua mediante un secchio, Su una mappa del 1795 è segnato un pozzo anche in fondo al giardino del castello,pozzo tuttora sfruttato. Il giardino era posto davanti al castello separato dalla strada questo misurava circa 1.740 metri quadrati dove vi erano viti ed era circondato da un muro. Gli edifici che congiungevano le due torri e che chiudevano il cortile interno del castello detta la cort, sono crollati a partire dal XVIII secolo (invasione dei francesi). La costruzione del palazzo risale all’incirca al XV secolo un elemento sono le finestre a croce guelfa. Il muro esterno del palazzo quello che sta sulla strada ha uno spessore di 1,40 metri. L’attuale scala esterna che porta al primo piano del palazzo è stata costruita all’inizio di questo secolo.
Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

La chiesa di San Romedio

Scritto da
La chiesa di Valternigo sorge su di un colle vicino allo stesso, la chiesa fu dichiarata inofficiabile il 15 marzo 1786. Nel 1787 le famiglie di Valternigo chiedono di poter edificare una nuova cappella nel mezzo del paese e con l’aiuto delle proprie fatiche riescono ad ottenerne il permesso, quando il 24 aprile 1894 la popolazione in festa assistè alla posa della prima pietra sulla chiesetta; nella prima pietra benedetta dal parroco di Verla posta tra il presbiterio e la navata vi fu messa una bottiglia di vetro con delle monete del tempo austriache e la seguente scritta: “AD PERPETUAM REI MEMORIAM” . Su di un vecchio messale una nota dichiara che la chiesa sarebbe stata benedetta in occasione della festa di S.Romedio il 15 gennaio 1896. Nel 1908 il parroco di Verla dona alla chiesetta la vecchia immagine della Madonna dell’Aiuto di Verla a patto che essi la depositino in una nicchia di vetro; questa è ornata dalle parti estreme da due angioletti , uno splendido panneggio in oro e le mani giunte appartenente al periodo del 700. La chiesa è lunga m.14 all’interno e larga m. 5,90 , alta m.7,50 e la facciata è alta m.10. All’interno la chiesa possiede nell’altare tra la pala e la mensa tre quadretti ad olio su tela, quella al centro raffigura il S.Cuore di Maria (700/800), a sinistra S.Chiara d’Assisi con in mano l’ostensorio e quella di destra raffigura S.Caterina da Siena con le stigmate alle mani e ai piedi con una corona di spine sopra il capo, appartenenti al XVIII secolo.La pala dell’altare raffigura il santo che da il nome alla chiesa affiancato dal suo orso e S.Rocco, sopra di essi è raffigurata la Madonna Immacolata con bambino e angeli. Dietro l’altare sono appese due stampe dei vescovi di Trento, dove c’è la nicchia con la Madonna, un tempo doveva esserci una porta. Nella base sinistra dell’arco trionfale è appeso un quadro ad olio su tela di S.Francesco appartenente al periodo 600 / 700. Di fronte alla nicchia della Madonna vi è raffigurato il cappuccino beatificato Felice da Cantalice (1625).
Pagina 1 di 2
Duecento anni fa, nella primavera del 1797 le truppe francesi di Napoleone accerchiarono il paese
Sorge tra Faver e Segonzano su uno sperone roccioso che domina il fondovalle. Fu probabilmente un ca
Biografia Il più autorevole esponente della dinastia dei conti di Tirolo (castello presso Merano
La chiesa di Valternigo sorge su di un colle vicino allo stesso, la chiesa fu dichiarata inofficia
Il 2 novembre è il giorno della "Battaglia di Segonzano" che fu condotta dai francesi che attaccaro
La situla fu trovata nel 1828 da Simone Nicolodi sul Doss Caslir di Cembra e ora si trova al museo
Nella Campagna Rasa di Cembra, così nominata per il suo aspetto piatto, dove non vi era nè coltu
Ogni castello che si rispetti ha la sua leggenda e questa è la più nota dei ruderi, che riguarda u
La chiesa d S.Pietro rappresenta una delle più importanti testimonianze dell'architettura gotica
Nella zona di Cembra sorgeva il castelliere distrutto dai Franchi nella loro calata del 590 (Cimbr