Portale della valle di Cembra ...

Gli anni difficili dei Conti di Gorizia

{mosimage}La morte prematura di Federico II nel 1250 segna una svolta fatale nel a storia europea del Medioevo. Con lui non tramonta soltanto la potenza della casa di Svezia: è l'istituto stesso dell'Impero romano - germanico che entra in crisi profonda. In Italia esso non avrà d'ora innanzi altro valore che quello di un'idea platonica, di un'autorità astratta e lontana che Dante invocherà invano, mezzo secolo più tardi, affinché metta ordine nelle cose della travagliata penisola. Ma anche in Germania il trono di Carlomagno e di Ottone I vacilla e sembra sia sul punto di sfasciarsi definitivamente. Formalmente vi siede il figlio di Federico, Corrado I V, che il partito guelfo però rifiuta, opponendogli - in verità con scarso successo - altri pretendenti.

Il Regno di Sicilia è retto provvisoriamente da Manfredi, figlio naturale di Federico II; contro di lui il papa Innocenzo IV fomenta senza posa ribellioni e defezioni. Corrado IV scende in Italia nel 1252, ma due anni dopo, in Basilicata, anch'egli viene morte, lasciando un figlioletto di soli due anni, Corradino. In Germania si apre il "grande interregno" poiché per quasi vent'anni i principi tedeschi non sapranno accordarsi sull'elezione di un sovrano che sia qualcosa di più di un'effimera parvenza. In Italia il partito ghibellino sembra invece recuperare vigore appoggiandosi a Manfredi, il quale, essendosi sparsa forse ad arte la voce della morte di Corradino, assume la corona di Sicilia e dispiega con buon successo una notevole energia. Si profila la possibilità di unificazione della penisola sotto un re ormai interamente italiano: è quanto basta per spingere il Papato a chiedere l'intervento di un nuovo principe straniero nella persona di Carlo d’Angiò fratello del re di Francia e signore di Provenza, contro il quale Manfredi perderà a Benevento, nel febbraio del 1266, la battaglia e la vita. Rimarrà ancora in lizza l'ultimo degli Svevi, Corradino, che pur senza titolo regale scenderà in Italia, su invocazione dei Ghibellini, nel 1267; ma sconfitto anch'egli da Carlo d'Angiò, sarà da questi catturato per tradimento e messo a morte a Napoli nell'ottobre 1268. Il Papato può giubilare: la casa di Svevia è sterminata, l' Impero è inesistente, l'Italia è dilaniata dalle lotte tra le nascenti Signorie o soggetta all'odiosa dominazione angioina; un'Italia a brandelli, terreno propizio per lo sviluppo e il consolidamento del potere temporale della Chiesa romana. In questo clima politico si vengono formando, dalla crisi delle istituzioni comunali, le Signorie italiane. Per vie differenti e in tempi diversi, i maggiori Comuni, stanchi, delle fotte intestine e bisognosi di tranquillità interna per un più fecondo sviluppo economico, delegano dapprima a tempo determinato, poi a vita, le funzioni di governo a una persona che le eserciti in forma monarchica e a vantaggio di tutto il popolo: quando tali poteri finiscono per trasmettersi ereditariamente in famiglia, la Signoria è cosa fatta e le libertà comunali sono morte e seppellite. A differenza dei principati territoriali germanici, di origine feudale in quanto giuridicamente fondati sull'investitura regia, le Signorie nascono quindi da una libera scelta popolare, di cui solo più tardi si perdono del tutto sia la forma che il contenuto. Dall'uno e dall'altro tipo si diversifica sostanzialmente la nascente signoria tirolese, che non trova la propria legittimazione né in un atto sovrano di investitura (se non per singole porzioni di territorio), né in una delega popolare, ma è il risultato di una lunga serie di accrescimenti territoriali conseguiti a vario titolo, e non di rado con atti di forza, dai conti di Tirolo a spese soprattutto dei principati vescovili. Tale sviluppo implica quindi una situazione conflittuale cronica nei confronti dei principati medesimi, i quali continuano a sussistere, sia pure più di nome che di fatto, entro la cornice della nuova signoria, senza che i rapporti reciproci possano mai venire definitivamente chiariti e i contrasti risolti una volta per tutte. Nella nostra escursione a tappe attraverso la storia dell'Alto, Adige abbiamo seguito la genesi della signoria fino al termine della prima fase, quella che ha avuto per protagonista il conte Alberto III, con il quale si estinse nel 1253, in linea maschile il casato dei Tirolo. I suoi vasti possessi feudali di qua e di là dal Brennero tornerebbero ora ai concedenti, cioè per la massima parte ai principi-vescovi, se Alberto non avesse avuto l'abilità dì assicurare alle due figlie e ai loro consorti - il conte Mainardo III di Gorizia e il conte Gebhart von Hirschberg, secondo marito di Elisabetta - i diritti di successione nei feudi medesimi. Dopo un anno di amministrazione indivisa dell'intero patrimonio allodiale e feudale i due eredi procedono a una divisione territoriale, per cui lo Hirschberg, che risiede in Baviera, ottiene i possessi a nord della catena spartiacque alpina e l'alta Val d'Isarco, mentre il conte di Gorizia conserva tutti quelli situati di qua dalla catena stessa e un tratto della valle dell'lnn a nord del Passo di Resia. I due sconfinamenti sui valichi rispetto alla displuviale stanno a confermare la tradizione storica che vede in questi passi alpini degli elementi di unione più che di separazione dei contigui territori. Questa divisione patrimoniale sembra mettere fine al processo di unificazione politica tra le terre dell'Adige e dell'lnn per instradarne un altro in senso parallelo alla catena alpina dall'Adige alla Drava e all'Isonzo. Se tale tendenza fosse prevalsa, la storia della nostra regione avrebbe preso tutt'altro indirizzo: invece non passeranno vent'anni e tutto ritornerà nel solco tracciato da Alberto III. Intanto Mainardo, che si insedia ora a Castel Tirolo e si denomina Mainardo I di Tirolo e Gorizia, si trova padrone di vasti domini dall'Engadina all'Istria e alla Carniola, la cui continuità è tuttavia assai compromessa dalle cessioni ch'egli ha dovuto fare all'arcivescovo Filippo di Salisburgo in forza della pace di Lieserhofen per ottenere la liberazione del suocero Alberto. Il presule tiene tuttora in ostaggio due figli di Mainardo, poiché questo non si decide a consegnargli il castello e il territorio di Virgen nell'Iseltal, a nord di Lienz. Anche nel Trentino la posizione di Mainardo è assai debole: chi vi comanda è infatti ancora Ezzelino da Romano attraverso i suoi accoliti, tant'è vero che il vescovo Egnone non ha mai potuto prendere possesso della sua cattedra, e tanto meno del principato. Nella speranza di ottenere da Mainardo il tanto necessario aiuto contro il tiranno, il vescovo si reca nel 1254 nientemeno che a Capodistria, dove il conte è trattenuto dai suoi interessi istriani, per conferirgli tutti i feudi che Ulrico di Ultimo e Federico e Giorgio di Appiano avevano tenuto dalla Chiesa tridentina. Mainardo accetta di buon grado il cospicuo dono, ma quanto a mettersi contro Ezzelino non ci pensa neppure. Sono invece i cittadini di Trento che l'anno seguente insorgono e scacciano i partigiani del tiranno. Ottenuta con ampie concessioni di feudi e castelli la sottomissione dei nobili di parte avversa, e nominato Sodegerio - che ha avuto l'accortezza di cambiar bandiera al momento giusto - vicario vescovile a vita, Egnone può finalmente insediarsi a Trento, e con ulteriori sacrifici finanziari e patrimoniali procura di premunirsi contro un prevedibile ritorno in forze di Ezzelino. Questo compie ben presto una rovinosa incursione in Valsugana, mettendo a ferro e a fuoco il paese; l'anno seguente ritorna e stringe la città in una morsa minacciosa. Chiamato in soccorso, Mainardo giunge a Trento, ma invece di provvedere alla difesa estorce al vescovo e al Capitolo la concessione che più gli preme l'investitura formale ed ereditaria, anche in linea femminile con tutti i feudi del principato già tenuti dal suocero Alberto, compresa l'avvocatizia perpetua della Chiesa. Agli increduli interlocutori egli esibisce un analogo atto di investitura che il vescovo Aldrighetto ha concesso una decina di anni prima ad Alberto, all'insaputa del Capitolo e quindi in modo del tutto arbitrario. Sotto l'incubo della minaccia ezzeliniana, vescovo e Capitolo non osano opporre a Mainardo un rifiuto, e concedono l'investitura richiesta; subito dopo essi stendono però - beninteso di nascosto - un atto di invalidazione della medesima, da far valere appena possibile davanti al re, affermando che la concessione è stata estorta in condizioni di grave emergenza. Tutto questo non salva comunque la situazione: Mainardo si guarda bene dall'affrontare Ezzelino, con il quale è probabilmente d'accordo; il vescovo deve nuovamente fuggire e il tiranno riprende la città, compiendo le sue feroci vendette e devastando il territorio circostante. Poco dopo, nel luglio 1258, Mainardo I viene improvvisamente a morte. Poiché i suoi due giovani figli sono sempre custoditi dal l'Arcivescovo di Salisburgo, i domini tirolesi e goriziani si trovano di fatto senza padrone e senza governo, e potrebbe accadere di tutto.

 

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