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Temporanea secolarizzazione dei principati vescovili

Erede del conte Alberto, e di tutte le infeudazioni da lui accaparrate a scapito dei principati ecclesiastici, riuscì a farsi riconoscere il suo genero conte Mainardo III di Gorizia

che assunse il titolo di Mainardo I del Tirolo. Costui, assediata Trento con l'appoggio di Ezzelino da Romano, costrinse il vescovo Egnone a investirlo pure dell'avvocazia. Vana fu la protesta del Capitolo dei canonici, il 2 maggio 1256, come poi anche la revoca dell'investitura da parte dello stesso principe vescovo, il 23 o ottobre 8, in seguito alla morte dell'usurpatore. Mainardo II, suo figlio, si mostrò ancor più risoluto e violento nelle sopraffazioni. Dopo aver senz'alcuna difficoltà ottenuto dal vescovo Egnone (fiducioso di poter con l'aiuto del conte del Tirolo domare la rivolta dei vassalli) il rinnovo delle prece denti investiture, non ebbe scrupoli di approfittare del malumore dei cittadini di Trento, poiché il vescovo era incapace nei confronti dei ribelli e di opporsi alla pressioni esterne degli Scaligeri, per insediare in Trento un capitano a lui devoto e rimpiazzare via via i canonici ostili con ecclesiastici a lui ligi e impadronirsi di feudi pignoratizi o vacanti, al punto che alla morte del vescovo (esule a Padova) non si potevano distinguere ormai i feudi (Lehenstuken) dagli allodi (Eigentum) . La maggior parte dei territori appartenenti ai principati vescovili di Trento e di Bressanone fu da Mainardo II usurpata, cosicché il conte del Tirolo non si curò nemmeno di farsi rinnovare l'investitura dai vescovi neoeletti. Attese invece a riorganizzar e radicalmente l'amministrazione, secondo il più progredito modello italiano, sostituendo i nobili e i ministeriali infeudati con ministeriali senza feudo, cioè semplici funzionari pubblici; favorì la borghesia cittadina e anche l'emancipazione dei contadini, trasformandoli in locatari perpetui ovvero fittavoli. Non concesse però alle comunità rurali alcun diritto politico, di modo che non poterono costituire un'organizzazione di contadini liberi come si stava facendo nelle vicine comunità svizzere. Mainardo II programmò e decisamente iniziò la formazione di una moderna compagine statuale di tipo assoluto, che si avvaleva di un efficiente apparato burocratico. La sovranità territoriale dei principi vescovi si ridusse a poco più di un contestato diritto formale-storico, anche perché molti loro sudditi esasperati dai soprusi perpetrati durante il lungo periodo di anarchia non disdegnavano il predominio dell'energico conte del Tirolo. Riuscì perciò del tutto effimera l'espugnazione del castello del Mal Consiglio (che proprio allora, almeno dal 1277, fu denominato Buon Consiglio) da parte dei fautori del nuovo vescovo trentino Enrico II, che era dell'ordine teutonico. Mainardo II reagì aggredendo violentemente Bolzano, di cui fece demolire perfino le mura, poiché aveva fatto causa comune con i Wanga e con altri signori filovescovili. Dopo un infausto tentativo di porsi sotto la tutela del comune di Padova (1278), affidando la città di Trento al patavino podestà Marsilio Partenopeo, il vescovo Enrico nel 1284 dovette adattarsi a stipulare con il conte del Tirolo addirittura un contratto di cessione del principato per quattro anni. Gli veniva corrisposta una pensione di ottocento marche d'argento, forse anche (come si riscontrerà spesso in seguito) per sopperire all'insolvibilità dei debiti contratti per mantenere il decoro principesco. Contemporaneamente il vescovo di Bressanone, Bruno di Kirchberg (1250-1288) nipote di Mainardo I, si mostrava ancor più succube perché non solo cedette all'insaputa del Capitolo dei canonici a Mainardo II il dominio di Sarentino e Castelrotto, ma riconobbe quasi formalmente la separazione e la supremazia del potere temporale dell'usurpatore su quello, già di fatto ridotto alla giurisdizione ecclesiastica, del vescovo. Le cosiddette «compattate», che avrebbero dovuto essere vere convenzioni bilaterali, si rivelarono imposizioni pressoché unilaterali del conte del Tirolo. Certo è che nel 1288 il principato vescovile di Bressanone poteva considerarsi secolarizzato e in quello di Trento pure la sovranità territoriale del vescovo poteva ormai apparire una sopravvivenza soltanto formale. Mainardo II cominciò indifferentemente ad attribuirsi il titolo di Landesfurst (« princeps terrae »), che in realtà gli spettava per il ducato di Carinzia conferitogli dal genero re Rodolfo d'Asburgo nel 1286, ma che fin d'allora volle estendere e ritenere valido per l'ambiguo dominio del Tirolo. Alle altre usurpazioni aveva aggiunto il diritto di battere moneta, che violava i diritti sovrani del principe vescovo di Trento e che tuttavia gli fu ben presto riconosciuto dallo stesso Rodolfo d'Asburgo; anzi, in breve tempo la zecca di Merano accentrò e sviluppò straordinariamente la monetazione trentino-tirolese, favorendo l'incremento commerciale e insieme il prestigio del conte e « principe » del Tirolo.

 

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